Cogito ergo ...

Pensare non vuol dire agire! Che poi a voler fare i sofisticati l’atto del pensiero è già una grande azione. Un po’ come quando si dice “chi ben comincia è a metà dell’opera”, pensare è il buon inizio, la prima buona metà dell’atto dell’agire. Cioè, io compio un’azione che rappresenta il 100% dell’atto e in questo 100% ben il 50% è rappresentato dal pensiero. Si, mi sto incartando ma va bene così. Mi sembra di aver capito che posso annoverarmi tra quelle persone che si accorgono di quello che pensano mentre ne parlano. E allora mi lascio parlare.

Allora, dicevo. Pensiero e azione sono due atti distinti. Fino a prova contraria quando penso di fare una cosa non vuol dire che la sto facendo. Confondere questi due processi, non distinguendoli, ci impedisce di prendere bene in considerazione il terzo tassello dell’intero atto: la decisione; tassello che tra l’altro segna la distinzione tra persone ragionevoli e non.

Ricapitolando: se io penso di andare al mare non vuol dire che ci sto andando, perché prima devo prendere la decisione di andarci (sempre a voler fare i pignoli si potrebbe dire che una volta presa la decisione non è sicuro che poi la si compia … quante cose posso succedere nel frattempo … e questo mi sembra calzi molto per il mondo politico!). Se il pensiero è un atto anche intuitivo, anche automatico, vuol dire che non è ragionato (il pensiero è la cellula fondamentale del ragionamento, se prima non si è pensato a qualcosa su cosa cavolo si pretende di fare un ragionamento?!); mentre l’atto decisionale si spera che per la maggior parte sia frutto di un ragionamento (la decisione non è frutto di un singolo pensiero ma di un intero ragionamento).

Se una persona mi dice “sto pensando di andare al mare” e io penso che sia già lì allora probabilmente le sto riconoscendo l’incapacità di prendere una decisione, oppure non le sto dando il diritto di farlo.

Nessun commento: